Un talento musicale che valorizza i teatri dove svolge la sua attività

Di origine genovese, il maestro Andrea Sanguineti, poco conosciuto in Italia,diplomato a soli 23 anni in direzione d’orchestra al Conservatorio Verdi di Milano, si è imposto successivamente nei maggiori teatri europei.

Prevalentemente concentrato nell’area austro-tedesca, il maestro ha costruito la sua direzione con elevata sintonia con i  componenti orchestrali dei vari teatri. Inoltre è stato apprezzato da pubblico e critica per gli impasti cromatici che ha saputo infondere alle esecuzioni e seguito con precisione i solisti di canto.

Per avere maggiori dettagli sulla sua carriera è interessante poter fruire delle sue risposte con un’intervista che spazia nel suo lavoro tra teatri e repertorio.

Gli Inizi

Universität für Musik und darstellende Kunst

Lei ha frequentato il Conservatorio di Genova, si è perfezionato a Vienna e poi è tornato in Italia per un’ulteriore specializzazione a Milano. Che differenze sostanziali ha riscontrato, all’epoca, tra l’approccio didattico viennese e quello milanese?

A.S.: “Le differenze tra la formazione a Vienna e quella a Milano sono state profonde. Ho iniziato a studiare direzione d’orchestra alla prestigiosa Universität für Musik und darstellende Kunst di Vienna innanzitutto per una ragione burocratica: all’epoca, il vecchio ordinamento dei conservatori italiani non mi consentiva l’accesso al corso di direzione se non si era prima raggiunto il settimo anno di composizione. Facevo quindi la spola tra l’Austria e Genova, dove proseguivo gli studi di composizione e pianoforte.”

“L’impatto con Vienna è stato un vero e proprio “crash course”, un periodo intensissimo caratterizzato da una grande severità e da una ansia da prestazione che oggi sarebbe quasi impensabile. La tradizione direttoriale che si respirava lì, ereditata da giganti come Wolfgang Sawallisch, metteva al centro la competenza tecnica e pianistica: se settimanalmente non si era in grado di suonare al pianoforte un’opera nuova a prima vista, si veniva scartati dalla lezione pratica e si passava il tempo ad ascoltare gli altri. A Milano, sotto la guida del Maestro Vittorio Parisi, ho poi completato e rifinito questo percorso, diplomandomi in un ambiente che mi ha permesso di maturare ulteriormente.”


 La sua esperienza come Maestro all’Opéra National du Rhin a Strasburgo mi incuriosisce molto, poiché in Italia è un’istituzione forse meno nota. Che tipo di realtà ha trovato?

A.S.: Les Jeunes Voix du Rhin, l’Opera Studio dell’Opéra National du Rhin, era un grandioso centro di formazione che proiettava i giovani direttamente nella dimensione professionale. La base operativa era a Colmar, una splendida cittadina alsaziana. Lì, un cast selezionato di giovani cantanti lavorava quotidianamente tra masterclass con grandi interpreti e concerti lirici, venendo parallelamente scritturato per i ruoli di comprimariato nelle produzioni principali a Strasburgo. Insieme alla troupe venivano ingaggiati annualmente due giovani pianisti accompagnatori e maestri collaboratori (Korrepetitor); io ero uno di loro. È stato un anno fondamentale, che mi ha fornito gli strumenti ideali per il passo successivo.

Il suo debutto ufficiale come direttore d’opera avviene alla Staatsoper di Hannover, dove è rimasto per alcune stagioni. Cosa ha trovato di particolarmente stimolante in quel teatro? Tra l’altro, lì ha diretto un titolo rarissimo come “Aci, Galatea e Polifemo”, la serenata barocca di Händel.

A.S.: L’esperienza francese mi ha dato le competenze per iniziare la classica gavetta nel sistema teatrale austro-tedesco. Valicare quella frontiera è stata una scelta deliberata: la Germania e l’Austria sono gli unici paesi in cui è possibile avviare una carriera basandosi esclusivamente sul merito, partendo dal gradino più basso della catena alimentare musicale — il Korrepetitor — senza bisogno di agenzie o contatti pregressi.

La Staatsoper di Hannover è stata per me una palestra artistica totale. Suonavo per le prove di regia, preparavo i cantanti, suonavo le tastiere in orchestra, dirigevo le bande interne. Poco a poco, nel corso di tre stagioni, ho iniziato a dirigere spettacoli sempre più frequentemente, spesso sostituendo i colleghi all’ultimo momento (i cosiddetti jump-in o riprese senza prove, una prassi comunissima in Germania che richiede una solidità professionale ferrea). Da quelle sostituzioni sono poi nate produzioni interamente mie, come appunto Aci, Galatea e Polifemo. Ricordo che come vuole la prassi diressi dal clavicembalo, che belle che sono le arie di Polifemo!  

(Staatsoper di Hannover)

 Successivamente ha lavorato a Würzburg come Primo Kapellmeister (Maestro di Cappella), dirigendo titoli del grande repertorio. Quali sono le funzioni specifiche di questa figura nei teatri tedeschi?

A.S.:  Nei teatri tedeschi la massima carica musicale è il Generalmusikdirektor (GMD). Accanto a lui, a seconda delle dimensioni del teatro e del numero di recite annuali, opera la figura del Kapellmeister, che può essere Primo o Secondo. Nei teatri di prima fascia possono esserci anche più Primi Kapellmeister. La presenza di almeno due direttori d’orchestra stabili in ogni teatro, anche nei centri più piccoli, garantisce un’enorme stabilità produttiva, abbatte i costi di gestione dell’istituzione e, al contempo, offre straordinarie opportunità di crescita e di debutto per i giovani direttori.

L’attività più recente.

Dal 2018 la sua carriera ha preso il volo, mantenendo sempre un baricentro forte in Germania, fino ad arrivare alla nomina, nel 2023, come Generalmusikdirektor del Teatro Aalto di Essen. Di recente, la sua direzione nella “Fanciulla del West” — un’opera splendida ma complessa e non così frequentata — ha ottenuto un grandissimo successo di critica e pubblico. Cosa rende così eccellente il sistema tedesco?

A.S.: Avendo iniziato vent’anni fa dal gradino più basso, oggi assaporo con profonda consapevolezza ogni tappa di questa crescita. Ogni traguardo mi porta a collaborare con orchestre e teatri sempre più prestigiosi, permettendomi di avvicinarmi sempre più alla mia personale idea musicale delle partiture. La mia nomina a Essen è maturata quasi naturalmente, dopo una serie di felici direzioni come ospite che hanno costruito una forte intesa artistica con i complessi del teatro. Gli Essener Philharmoniker sono una compagine straordinaria, specialmente in ambito sinfonico, e la nostra sala (il Saalbau) ospita regolarmente le migliori orchestre del mondo e direttori del calibro di Riccardo Muti o Fabio Luisi.

Il sistema tedesco non lavora “a stagione” ma a repertorio, il che spinge tutti noi a essere estremamente produttivi e mentalmente agili. Le recite di una produzione come La fanciulla del West o del nostro recente Rigoletto o Parsifal possono essere distribuite nell’arco di cinque mesi, con pause di diverse settimane tra una recita e l’altra, spesso con cambi di cast e rotazioni nei professori d’orchestra. Ciò significa che un direttore d’orchestra può trovarsi a dirigere tre o quattro titoli diversi nel giro di una singola settimana. 

 Quest’anno ha diretto “La Traviata” in tre teatri e contesti completamente diversi: alla Deutsche Oper di Berlino, a Essen e all’Opéra de Nice, raccogliendo ovunque recensioni entusiastiche. Come si è trovato a Nizza?

A.S.: È stato un periodo magnifico. Da genovese, a Nizza mi sono sentito praticamente a casa. Il teatro è splendido e con l’orchestra c’è stato un feeling immediato, hanno suonato divinamente. Avendo concentrato le tre produzioni di Traviata nell’arco di appena tre o quattro mesi, la sfida più grande è stata di natura mentale: ogni teatro adottava una regia, una visione e, soprattutto, dei tagli musicali intrinsecamente diversi. Prima di ogni recita dovevo ricontrollare minuziosamente la partitura per ricordarmi esattamente quali tagli avessi chiuso o riaperto per quella specifica recita.


 Parliamo del Festival di Savonlinna, un luogo incantato all’interno di un castello medievale in Finlandia. Lei vi ha debuttato con grande successo nel 2024 con “Don Giovanni” e vi fa ritorno in questi giorni per “Le nozze di Figaro”. Che tipo di emozioni le regala la musica di Mozart in uno scenario così unico?

A.S.: La mia interpretazione di Mozart è molto personale e si distacca dalla prassi più standard. Amo un suono orchestrale dinamico, incisivo, ricco di accenti, contrasti e chiaroscuri (Chiaro Scuri). Inoltre, lascio che il clavicembalo o il fortepiano intervengano attivamente nei recitativi e persino all’interno dei numeri musicali con fioriture estemporanee, inserendo variazioni e abbellimenti d’effetto anche nelle linee vocali dei “da capo”. Questo approccio così teatrale era piaciuto moltissimo al pubblico del Don Giovanni, ed è stato un piacere immenso tornare per il capitolo successivo della trilogia dapontiana. Savonlinna è uno dei luoghi più remoti e complessi da raggiungere in Europa, ma una volta arrivati lì, la fatica del viaggio svanisce all’istante: la natura incontaminata, l’atmosfera e il maestoso castello in cui suoniamo sono semplicemente impagabili.

(Il fort Olavinlinna)

Prossimo futuro

(Aalto Theater Essen)

 Il prossimo futuro ad Essen la vedrà impegnato nell’inaugurazione della nuova stagione con “Das Wunder der Heliane” (Il miracolo di Eliana) di Erich Wolfgang Korngold, un autore straordinario noto anche per le sue leggendarie colonne sonore hollywoodiane. È la sua prima volta con questo compositore?

A.S. : In realtà no. mi sono innamorato perdutamente della musica di Korngold qualche anno fa, dopo aver diretto Die tote Stadt (La città morta). Quello di portare in scena Das Wunder der Heliane a Essen è stato un mio preciso desiderio. La musica di Korngold merita di essere eseguita molto più spesso: quel senso di fluttuazione perenne delle linee melodiche, unito a una tessitura orchestrale tesa, densa e di una sensualità tardo-romantica travolgente, la rendono un capolavoro assoluto. 

 Ritorniamo per un attimo ai teatri italiani, come Piacenza e Catania. Le piacerebbe tornare a dirigere in pianta stabile o più frequentemente a Genova?

A.S.: Purtroppo fino ad ora ho avuto pochissime occasioni di farmi conoscere sul territorio nazionale, a parte qualche sporadica eccezione. La lista delle istituzioni internazionali che ho servito è lunga e prestigiosa — dalla Deutsche Oper di Berlino all’Opera di Sydney, dalla Dutch National Opera di Amsterdam all’Opernhaus di Zurigo e al Grand Théâtre de Genève. Spero che prima o poi qualche teatro italiano non si lasci sfuggire l’occasione di scritturarmi; in fondo rinuncerei molto volentieri a qualche contratto all’estero pur di tornare a dirigere in Italia e, soprattutto, nella mia Genova. 

(Si ringrazia O-PR Communications – Tim Weiler – Nicola Lischi)

(per Andrea Sanguineti cr. ph. Benne Ochs)